Scritto il 21 giugno 2010
Archiviato tra Parlo di me mentre ti parlo di altro

Io da che mi ricordo le parole mi piacciono. Che sono sempre stato convinto che, se vogliono, sono le parole che ti cambiano la vita; c’ho sempre avuto una certa soggezione. Tu sei lì, in un bilico qualsiasi, che non ti sai decidere. Poi arriva una parola ed ecco che ti incammini. Che i cambiamenti succedono per colpa delle piccole cose.

E allora a lungo andare te ti convinci che quella parola, proprio quella parola lì, c’ha la responsabilità dei cambiamenti della tua vita. E più piccola è la parola, più grande è il cambiamento che ti fa. Te sei lì, spettatore di una vita governata da un abbecedario.

Che in realtà, a pensarci bene, cosa puoi fare tu, ad esempio, contro la forza potentissima dell’ultimo Zanichelli. 2.720 pagine, copertina in brossura, 17 centimetri per 25. Uno sterminato esercito di nemici. Ti senti già piccolo e dolorante; forse che ti ricordi di quando lo portavi nello zaino, lo Zanichelli. Causa di scoliosi di tutti quelli che hanno fatto le medie negli anni ’80. Mica i banchi. Era lo Zanichelli che ti piegava la schiena. Ti costringeva sempre a guardarti la punta dei piedi mentre ti andavi a casa, come controvento. Secondo me, a pensarci bene, il fatto che quelli che hanno fatto le medie negli anni ’80 fanno fatica ad immaginarsi un futuro è colpa dello Zanichelli: che quando camminavi, ti impediva di vedere l’orizzonte.

Io, dicevo, sono sempre stato convinto che erano le parole che governavano la vita: passavano di lì per caso, magari le pronunciava qualcuno, e, impercettibilmente o bruscamente che fosse, la tua vita svoltava. Ti cambiavano l’umore, ti influenzavano le scelte, ti assegnavano robe belle e robe brutte. Te potevi solo stare lì, raccogliere la parola, metterla nello zaino, e scoprire dove ti avrebbe costretto ad andare, la parola.

Poi invece, sarà che sto diventando vecchio, sarà che vedo una bimba che ha imparato a parlare, invece adesso ho cambiato idea. A guardarci bene, che sono diventato anche uno che ci prova a guardarci bene (ma poi riuscirci è un’altra roba…), a guardarci bene secondo me ci si accorge che non è mica vero.

Che le parole che ti vengono fuori, ti vengono fuori perché c’è un motivo. Che le parole che ti senti dire, te le senti dire perché c’è un motivo. Non c’è caso in questo, ma è difficile da capire quale sia il motivo. Secondo me anche tutti gli scienziati del mondo – quelli studiati, come diceva mia nonna – una roba così non sono mica capaci di spiegartela. Perché la stessa cosa oggi la chiami in un modo e domani in un altro? Anche se è uguale. Anche se non cambia nulla. E’ una roba che ogni volta che ci penso a me mi viene da guardare fuori dalla finestra.

Per esempio, te pensa a quando ti sta arrivando una cosa, che proprio la notte ti addormenti che pensi a quella, poi ti svegli che pensi a quella ed in mezzo l’hai anche sognata.  Quella cosa lì deve arrivare, sarà una roba della tua vita, ti capiterà. Devi solo aspettare di sbrigare alcune cose. Devi sistemarle. Fai finta che devi fare un viaggio. Devi preparare la valigia, controllare i biglietti, chiudere le finestre, dare da mangiare al gatto. Ecco.

A un certo punto – che è proprio questo punto qui che io non sapevo da dove venisse – c’è un momento esatto che ti si muove nello stomaco, proprio dentro di te, in cui ti rendi conto che quel tempo che manca, quei secondi di formalità, quei minuti di cose da spianare, smettono di essere una roba e diventano un’altra. Anche se sono gli stessi minuti, gli stessi secondi, le stesse cose da fare. Smettono di essere Attesa e diventano Vigilia. Che sono la stessa cosa ma due robe diverse.

A me ‘sto fatto che mi sono sempre sbagliato a pensare che sono le parole che mi decidono la vita, è uno dei miei errori che ci voglio più bene. Come un sollievo.

Add a comment on FriendFeed




No comments on ' A me le parole hanno sempre dato da pensare '

  1. Non c'è ancora nessun commento.

Lascia un commento